Il Trovatore
Giorgio de Chirico
1922
Tempera su tela
100 x 60 cm
Anno di acquisizione ante 1983
Inv. 0100
N. Catalogo A92
Provenienza
Esposizioni
Bibliografia
Dall’anticheggiante statua senza testa al moderno manichino senza volto, ispirato dall’avanguardia primitivista e dalla cultura di massa parigina, il passo è al contempo lungo e breve.
Giorgio de Chirico dipinse questa versione di un tema da lui già rappresentato a Ferrara nel 1917 (collezione privata, fig. 1) a Roma alla fine del 1922. Il dipinto fu eseguito su committenza del sarto Flaminio Martellotti, socio da quell’anno di Mario Broglio nella formazione della collezione di «Valori plastici», della quale Il Trovatore del 1917 faceva già parte1. Il quadro ferrarese fu tra i primi che de Chirico mandò a Broglio, anziché al suo mercante francese Paul Guillaume, per essere incluso nella collettiva romana di «Valori plastici» del 1918. L’immagine del Trovatore è strettamente legata all’ispirazione medievale di Ferrara attraverso l’omonima opera di Giuseppe Verdi (inaugurata nel 1853).
Scrisse de Chirico nel 1920: «[...] tre menestrelli che suonano e cantano sotto le mura di un castello [il Castello estense di Ferrara], mentre in alto, in mezzo a un lungo balcone rischiarato dalla luna appare, come un minuscolo fantasma, una piccola figura femminile; solo l’aria del Trovatore verdiano [...]»2. Il legame di questa figura, rappresentativa di un romanticismo tra Medioevo e Risorgimento, con la città di Ferrara è rafforzato dall’importante rapporto sentimentale che de Chirico aveva intrecciato con la giovane ferrarese Antonia Bolognesi, con la quale avrebbe voluto sposarsi3.
Nell’iconografia Il Trovatore dechirichiano discende dai manichini che l’artista iniziò a dipingere a Parigi nel 1914, nati dalla collaborazione con il poeta Guillaume Apollinaire e il fratello di de Chirico, il musicista e artista Alberto Savinio. In particolare, l’ambientazione medievale del Trovatore riprende il poema di Apollinaire Le Musicien de Saint-Merry (1914), che fu a sua volta ispirato dall’originale processo di sintesi tra modernità urbana e figure del mito dei fratelli de Chirico4.
All’interno della pittura di de Chirico stesso l’iconografia della statua senza testa fa riferimento a due tra i più grandi viaggiatori della letteratura occidentale: da un lato, l’Ulisse del dipinto L’isola dei morti, del pittore svizzero Arnold Böcklin, e, dall’altro, la statua ammantellata di Dante in piazza Santa Croce a Firenze, che aveva catturato l’immaginazione di de Chirico durante una sua visita alla città nell’autunno del 1909.
Dall’anticheggiante statua senza testa al moderno manichino senza volto, ispirato dall’avanguardia primitivista e dalla cultura di massa parigina, il passo è al contempo lungo e breve. Ne Il Trovatore del 1917, la continuità tra le due figure è segnalata dall’ombra metafisica dell’Ulisse böckliniano a destra della figura. Ne Il Trovatore Cerruti del 1922, la presenza di una statua antica prende il posto della sagoma simbolista del viaggiatore omerico. Il quadro è una dichiarazione d’intenti del de Chirico di «Valori plastici», che da una parte asserisce la propria legittimità d’artista italiano ricollegandosi alla tradizione classica e dall’altro non rinuncia a ribadire la continuità delle sue ricerche con la precedente opera.
Come altre rivisitazioni di quadri metafisici durante questo periodo, Il Trovatore del 1922 è dipinto a tempera, tecnica che de Chirico considerava «pittura più pura della pittura a olio»5. Il procedimento, come nota Paolo Baldacci, è lo stesso che de Chirico usò nel suo ciclo di «ville romane», a cui si riferisce la roccia tufata sullo sfondo di questo dipinto, in sostituzione alla torre metafisica del Trovatore del 19176.
Il Trovatore Martellotti fu acquistato il 19 marzo 1939 dal collezionista e allora direttore dell’Accademia di Brera e presidente della Società dantesca italiana Rino Valdameri, già proprietario de Il Trovatore del 1917, attraverso la Galleria del Milione di Milano7. È possibile che Francesco Federico Cerruti acquistò il dipinto dalla Galleria Galatea di Mario Tazzoli, probabilmente dopo averlo visto alla Galleria Gissi nel 1964.
Silvia Loreti
1M. Fagiolo dell’Arco, De Chirico al tempo dei Valori Plastici. Note iconografiche e documenti inediti, in Natale 1982, vol. II, pp. 921-923.
2Cit. in Fagiolo dell’Arco 1984, p. 101, n. 124.
3Bolognesi 2015.
4Bohn 1991.
5De Chirico 1928, p. 70. Intorno al 1920 de Chirico aveva scritto il trattato Pro tempera oratio, che, rilavorato, fu incluso in Pro technica oratio, 1923 (si veda Vacanti 2006, pp. 475-480).
6Baldacci 1997, p. 418.
7Appella 2003, p. 362, n. 178.
Fig. 1. G. de Chirico, Il Trovatore, 1917. Collezione privata.

