Tavolo da muro

Georges Jacob

Parigi

1775-1800 c.
89,5 x 149 x 54,5 cm


Inv. 0305
N. Catalogo A271


Descrizione

Provenienza

L’articolato disegno della console ne alleggerisce le notevoli dimensioni (è larga un metro e mezzo). Il piano è a «D», cioè formato da una sezione rettangolare verso muro, sorretta da quattro gambe coniche, e da una sezione curvilinea frontale poggiante sue due vistose gambe a sezione rettangolare, superiormente ansate. La crociera è una geometrica composizione di segmenti e di curve, con grande vaso fiorito al centro. Cintura e gambe sono ricoperte di un intaglio di alta qualità esecutiva, che propone gli ingredienti tipici del Neoclassicismo decorativo, dalle foglie d’acanto alle perline, dai rosoni ai corsi di dischetti sovrapposti. La tipologia dell’arredo è rara in Jacob: si conoscono pochi tavoli da muro riconducibili con certezza all’atelier, mentre sedie, poltrone e divani, prodotti in quantità immensa, sono diventati emblematici dell’eccellenza del mobile da seduta parigino dell’età neoclassica. Georges Jacob (maître menuisier nel 1765) è il più celebre menuisier francese del secolo XVIII. Minusiere, non ebanista. Le regole dell’arte del mobile, dettate da un rigido sistema corporativo, prevedevano fra l’altro una netta distinzione fra il menuisier e il menuisier en ébène o ébéniste. Il primo era costruttore di mobili in massiccio (prevalentemente sediame, letti, tavoli da muro) non rivestiti di legni rari e materiali preziosi, la cui decorazione andava dalla semplice presenza di molure fino all’intaglio dorato più ricco. Il secondo era specializzato nella lavorazione dell’ebano e delle altre essenze nobili, in gran parte esotiche, usate a impiallacciatura delle strutture in legni ordinari e composte in partiture di sontuosa e inesauribile fantasia. A Parigi, la corporazione dei falegnami si diede gli Statuti nel 1743 (essi diventarono ufficiali però soltanto nel 1751). C’è uno stretto parallelismo, anche terminologico, fra Parigi e Torino, dove peraltro le norme sull’arte del mobile raggiunsero la loro codificazione più completa prima ancora che in Francia, con le Regie Patenti del 17381. Con una differenza fondamentale: gli ebanisti parigini ottemperarono quasi sempre all’obbligo della marcatura, quelli torinesi (come gli italiani in genere) quasi mai. Georges Jacob era nato in un piccolo paese della Borgogna, era dunque un francese d’origine, a differenza di un buon trenta per cento o più di artefici tedeschi, fiamminghi e olandesi immigrati, che fecero la grandezza del mobile francese nel secolo XVIII. Arrivò a Parigi sedicenne. A ventisei anni, nel 1765, divenne maître, poté quindi aprire bottega in proprio: che fu prima in rue de Cléry, poi in rue Meslée, un indirizzo destinato a entrare nella storia del mobile ed essere teatro di un’eccezionale carriera artistica. L’inventiva e la maestria di Jacob, che superano presto la fase Luigi XV e contribuiscono potentemente a formare lo stile Luigi XVI in fatto di mobili, gli valgono la chiamata a lavorare per il re, la regina, la famiglia reale, principi, aristocratici di alto rango, in Francia e all’estero. Fu amico del pittore Jacques- Louis David, del quale arredò la casa. La sua produzione in fatto di sedie e divani è sterminata, in gran parte con esiti alti o straordinari, emblematici del Neoclassicismo. Fu imitata e falsificata già quando l’artefice era in vita, ancor più largamente in seguito. 

Jacob passò indenne attraverso il turbine della Rivoluzione, ma nel 1796 cedette l’atelier (senza rinunciare a lavorarvi ancora) ai due figli: la nuova ditta «Jacob Frères» ebbe breve vita e diventò nel 1803 la «Jacob-Desmalter et Cie», anch’essa destinata a sparire presto, nel 1813, con un fallimento. Quanto a lui, l’ormai vecchio e ammalato maestro, morì l’anno dopo, ridotto sul lastrico2

Roberto Antonetto 

 

1 La normativa parigina è illustrata, con appropriata attenzione anche al fenomeno dei marchands-merciers, in Pradère 1989, pp. 9-42. Per la normativa torinese, si veda Antonetto 1985, pp. 30-86. 

2 Si vedano Verlet 1982, p. 157; Kjellberg 1989, pp. 505-520; Pradère 1989, pp. 333-342.