Libro d'Ore secondo l'uso di Roma
Modena
1480-1485 c.
88 x 62 mm
Inv. 0755
N. Catalogo A677
Descrizione
Provenienza
Bibliografia
Libro d’Ore secondo l’uso di Roma, Modena, 1480-1485 c.
Il calendario di questo minuscolo Libro d’Ore è preceduto a f. 4v da un frontespizio dov’è raffigurata, entro un’edicola architettonica a tabernacolo di gusto rinascimentale, una Annunciazione con un paesaggio fluviale sullo sfondo. Cinque iniziali istoriate accompagnate da ricchi margini decorati sono invece poste ad apertura dell’Ufficio della Vergine (f. 17); dell’Ufficio dei Defunti (f. 115); dei Sette Salmi penitenziali (f. 172); della Messa votiva per la Beata Maria Vergine (f. 210); e dei Salmi graduali (f. 218). Esse raffigurano rispettivamente: la Madonna con il Bambino; il teschio di Adamo; Davide orante; la Vergine e lo Spirito Santo; e Gesù fanciullo con un cardellino in mano. Il volume, passato sul mercato antiquario con attribuzione a Martino da Modena, è entrato subito nel dibattito critico concernente il miniatore emiliano. Non è sfuggito infatti a Lyle Humphrey, la quale ha sottolineato le evidenti affinità che il Libro d’Ore Cerruti rivela, nel formato e nell’impaginazione, con due libri d’ore eseguiti da Martino a Venezia intorno al 1471 per le famiglie dei Garzoni (Venezia, Museo Correr, ms. CL.V.8), e degli Erizzo e Priuli (Londra, The British Library, MS Stowe 29)1. Dal canto suo Daniele Guarnelli ha visto nel manoscritto ora a Torino un’opera successiva al passaggio di Martino nella città lagunare, benché ancora fortemente in debito nei confronti degli stimoli acquisiti dall’artista durante quel soggiorno, così come si riscontra nello stile di due altri libri d’ore più o meno coevi: uno, in collezione privata, ascritto al miniatore emiliano da Angela Dillon Bussi2, e un altro passato prima da Sotheby’s e poi da Tenschert3. Una datazione del Libro d’Ore Cerruti agli anni ottanta del XV secolo è stata recentemente condivisa anche da Federica Toniolo4. Il contesto storico in cui fu realizzato il manoscritto ora a Torino potrà essere chiarito da una indagine più approfondita sui destinatari del volume, di cui rimangono gli stemmi, verosimilmente d’origine, ai ff. 4v e 175.
Giovanna Saroni
1 Levi D’Ancona 1966, pp. 28-29; Mariani Canova 1969, pp. 78-79, 158 catt. 94 e 95; F. Toniolo, Codici emiliani del Rinascimento in Veneto, in Marinelli, Mazza 1999, p. 54. Il Libro d’Ore della British Library è digitalizzato: https://www.bl.uk/ catalogues/illuminatedmanuscripts/record.asp?MSID=1294&CollID=21&NStart=29. Per la bibliografia su Martino da Modena (1430/40 - 1490 c.), si rimanda almeno a: Lollini 2004, pp. 739-740.
2 A. Dillon Bussi, Nuove proposte per Martino da Modena, in Mariani Canova, Perriccioli Saggese 2014, pp. 566-568. Il codice, che fu esposto all’«Esposizione italiana di Arte sacra» tenutasi a Torino nel 1898, reca le armi della famiglia ferrarese Campana.
3 Fifty Magnificent 2002, pp. 178-179, lot. 33; König 2011, pp. 180-187, lot. 14.
4 F. Toniolo, cat. 19, in Carvalho Dias 2020, pp. 186-193.
5 A f. 4v, nella pagina di apertura con l’Annunciazione entro edicola, compare uno scudo d’azzurro, seminato di gigli d’argento (che risultano ossidati), con una banda d’oro attraversante, carica di tre foglie di [...] di verde. Nel margine inferiore del f. 17, che corrisponde all’incipit delle Ore della Vergine, lo scudo è partito, al 1o d’oro, al monte roccioso di tre vette, dal quale scaturisce una cascata (?) d’argento nella punta, con un albero di verde nodrito sulla vetta centrale; con il capo d’argento a una rosa di rosso, sostenuto da una fascia dello stesso; al 2o d’azzurro, alla banda d’oro, carica di tre stelle del campo. Non vi sono segni evidenti di sovrammissione, né di raschiature in corrispondenza dei due stemmi. Nella scheda di vendita Günther si è proposto di attribuire la prima parte dello scudo del f. 17 al giurista Bartolomeo Codegori di Ferrara e la seconda alla famiglia Ginori di Firenze; e lo stemma del f. 4v alla famiglia Tolomei- Gucci di Firenze. Luisa Gentile, che ringrazio, mi fa notare che l’attribuzione al Codegori, a differenza delle altre che sono incerte, è sicuramente sbagliata (si veda Ferrara d’oro 1674, p. 145, dove lo stemma del giurista è descritto con colori e figure decisamente diversi).


