Fanciullo su delfino

Manifattura genovese

XVIII secolo
Legno intagliato e dipinto
85 x 37x 23 cm
Anno di acquisizione ante 1983


Inv. 0622
N. Catalogo A548


Il putto che cavalca un delfino in legno intagliato e dipinto è probabilmente una porzione di un insieme più ampio realizzato per la decorazione di una dimora signorile genovese. Si possono, infatti, trovare affinità nella posa, ancorché molto più rigida, con i due tritoni su delfini in marmo bianco e marmo bardiglio attribuiti a Filippo Parodi1 facenti parte di una serie di quattro, già utilizzati come supporti per vasi o fioriere, provenienti dalla Villa Grimaldi a Pegli ed entrati per via ereditaria nella Collezione Durazzo Pallavicini. 

Dal 1671 sono registrati pagamenti della famiglia Doria a Filippo Parodi per decorazioni scultoree; a partire dal 1695 e fino alla morte, i documenti riportano anche il nome del figlio Domenico. Nel 1695, infatti, si sposò Giovanni Andrea III con l’aristocratica romana Anna Pamphilj e questa fu l’occasione per una serie di committenze tese ad aggiornare l’apparato decorativo e gli arredi della residenza Doria, il Palazzo del Principe a Fassolo. In questo contesto, Filippo Parodi ebbe un ruolo di primo piano, probabilmente fu il vero e proprio regista degli apparati e delle celebrazioni2. Il Ratti (1780) scrive, osservando il palazzo, che il principe aveva necessità di molte opere per ornare ogni angolo della dimora, un numero di gran lunga superiore rispetto alle sculture oggi superstiti. È possibile, dunque, che ci fossero molti altri pezzi eseguiti da seguaci dell’artista con uno stile affine ed elementi riconoscibili, come i basamenti di rocce e i grandi delfini sormontati da putti, per mirabili effetti scenografici ma di minor forza e raffinatezza esecutiva3

Tra il 1695 e il 1697, una seconda campagna decorativa relativa principalmente alla Galleria Aurea del palazzo aveva previsto nuove commissioni per dipinti e arredi: a collaborare furono nuovamente Filippo Parodi e il figlio Domenico. I documenti testimoniano, quindi, l’attività, in un periodo di maturità di Filippo Parodi, come intagliatore di legno, per quanto avesse già raggiunto chiara fama come scultore del più nobile marmo. 

Non è dato sapere se la scultura qui presentata provenga dal Palazzo del Principe, tuttavia l’affinità con alcuni risultati e lo spiccato carattere tridimensionale fanno pensare che ne possa derivare quantomeno l’ispirazione. Nella Collezione Doria, infatti, sono presenti sculture con putti su delfini non ascrivibili (perché meno raffinate) alla mano di Filippo, pur riprendendo in modo preciso le sue opere. Tra queste è tuttora presente nel Palazzo del Principe una serie di quattro lumiere con delfini e putti attribuite a Ludovico Ayroldi4, artista probabilmente lombardo, attivo a Genova come intagliatore di legno e pagato dai Doria per alcuni lavori nel 1698. Al medesimo artista è anche assegnato il sostegno di un tavolo composto di delfini in legno scolpito, intagliato e dorato, opera barocca rimaneggiata in epoca neoclassica, proveniente dalla collezione di Giovanni Andrea Doria (Genova, Palazzo del Principe, Sala dei Giganti). Non va tralasciato anche l’imponente apparato effimero della machina rappresentante Il Tempio di Nettuno realizzata da Domenico Parodi per la visita a Genova del principe elettore di Baviera Carlo Alberto nel 1716 e noto attraverso incisioni, un bozzetto e dettagliate descrizioni5. A tal proposito, sempre di ambito genovese si possono ricordare alcuni reggitorciere in legno con piccoli tritoni e delfini (forse una serie di quattro, inizi XVIII secolo, ubicazione ignota)6 e una mensola parietale in legno (fine XVII secolo, ubicazione ignota)7. A conferma della provenienza genovese può essere citato anche il disegno con progetto per spinetta con delfini per sostegno (fine XVII secolo, Berlino, Kunstbibliothek) attribuito a un artista genovese attivo a Roma8

Sara Comoglio 

 

1 Gavazza, Rotondi Terminiello 1992, pp. 314-316, figg. 195, 196.

2 Stagno 2012, pp. 353-356.

3 Id. 2005, pp. 101-104.

4 Id. 2012, pp. 361, 362.

5 Newcome 1980, pp. 79-83.

6 González-Palacios 1996, p. 93, fig. 108.

7 Ibid., p. 107, fig. 127.

8 González-Palacios 2000, pp. 38, 79 fig. 57.