Annunciazione

Pittore piemontese (da Orazio Gentileschi)

Prima metà del XVII secolo
Olio su tela
43,5 x 43,5 cm
Anno di acquisizione 1976


Inv. 0047
N. Catalogo A39


Provenienza

Federico Zeri si sofferma sulle minime varianti compositive e di dettaglio, «acute e libere», escludendo la funzione di bozzetto preparatorio e collegando il dipinto alla pratica del Gentileschi di eseguire versioni in formato minimo, ispirate ad alcuni suoi dipinti maggiori.

 

I passaggi di proprietà della piccola tela, copia antica, rimasta inedita, dell’Annunciazione di Orazio Gentileschi, oggi in Galleria Sabauda, si possono ricostruire, sia pure ancora con qualche margine di incertezza, attraverso le iscrizioni sul retro della fotografia conservata nell’archivio della Fondazione Zeri (scheda 45194). Le annotazioni documentano i passaggi del dipinto dalla Galleria Galatea di Mario Tazzoli e, quindi, da Finarte, per approdare nella collezione milanese di Geo Poletti alla fine degli anni cinquanta del xx secolo. L’acquisizione era già nota nel mondo degli studi se nel luglio del 1960 Estella Brunetti, su indicazione di Carlo Volpe, scrive al collezionista chiedendo notizie della piccola tela. 

In una lettera del 23 gennaio 1961 la studiosa, ringraziando per l’invio della foto, preannuncia a Poletti che la tela avrebbe trovato «trattazione adeguata alla sua straordinaria bellezza» in un articolo sulla rivista «Arte Antica e Moderna»1. L’articolo non vide mai la luce, ma la tela rimase al centro delle attenzioni di Poletti. Si deve alla memoria di Paolo Biscottini2 la ricostruzione dei commenti scambiati con il collezionista milanese intorno alla piccola tela, di cui lo stesso Poletti evidenziava nell’esecuzione anche gli elementi di debolezza, senza mai sciogliere l’incertezza tra replica autografa o copia. Al 1976 data la lettera di Federico Zeri, indirizzata il 3 giugno a Francesco Federico Cerruti. Nella sua dettagliata comunicazione lo studioso riconosce la tela come «versione autografa del grande capolavoro di Orazio Gentileschi», rispetto al quale la versione «in formato minore non cede né per intensità lirica né per livello qualitativo, anche qui altissimo». Zeri si sofferma sulle minime varianti compositive e di dettaglio, «acute e libere», escludendo la funzione di bozzetto preparatorio e collegando il dipinto alla pratica del Gentileschi di eseguire versioni in formato minimo, ispirate ad alcuni suoi dipinti maggiori. 

Pur confermandone la qualità esecutiva, la tela va oggi schedata come copia antica e collocata nel novero delle molte varianti seicentesche destinate ad arredare altari e cappelle del territorio piemontese (a Torino, Collegno, Bussoleno, Borgofranco d’Ivrea)3, segno della immediata fortuna di cui godette l’Annunciazione del Gentileschi, inviata da Genova nel 1623 come dono del pittore al duca Carlo Emanuele I ed esposta nella cappella del Castello di Torino (oggi Palazzo Madama), dove è registrata nell’inventario del 16314. Con una pennellata carica, che incide con decisione i panneggi, l’anonimo pittore rielabora con intelligenza l’invenzione del Gentileschi, dilatando leggermente lo spazio della scena per adattarlo al formato quadrato della composizione, che per le sue dimensioni possiamo ipotizzare destinata alla devozione privata. 

Gelsomina Spione

 

Si pubblica, in queste pagine, la lettera che il 3 giugno 1976 Federico Zeri indirizzò a Francesco Federico Cerruti e che è oggi conservata nell’Archivio della Collezione Cerruti (fig. 1). [N.d.R.]

 

1 Arch. Poletti_13.07.1960, 27.08.1960, 23.01.1961.

2 P. Biscottini, Orazio Gentileschi ed oltre, in Milano 2019, p. 104.

3 Ward Bissel 1981, pp. 42-43, 178-180; C. Goria, in Bruxelles 2009, p. 142, n. 4.8; Ludovici 2011, p. 249.

4 A. M. Bava, in Torino 2016-2017, p. 285, n. 178 con bibliografia di riferimento.

Fig. 1. Lettera dattiloscritta di Federico Zeri, 3 giugno 1976, Archivio Collezione Cerruti.