Cassettone intagliato, colorato e dorato

Francesco Bolgiè (attribuito)

1789
92 x 124,5 x 61 cm (senza marmo)
Anno di acquisizione 1996


Inv. 0328
N. Catalogo A285


Descrizione

Provenienza

Il comò è emblematico dell’eccellenza dell’intaglio decorativo torinese dell’ultimo quarto del secolo XVIII. Tra i molti arrivati fino a noi spicca per l’elegante equilibrio dell’architettura e la forza scultorea dell’intaglio, che prorompe dai fondi dipinti in azzurro con esuberanza plastica non sempre riscontrabile nell’algido repertorio decorativo del Neoclassicismo torinese. È a due cassetti, sui quali corre un serto di alloro formante sette cerchi attraversati orizzontalmente da un bastoncino fiorito alle estremità. Le mostrine delle serrature sono inscritte in un grande rosone, e rosoni minori si riscontrano alle maniglie, a loro volta lavorate a foglie d’alloro. I cassetti sono delimitati da doppia cornice, di perline verso l’interno e di rais-de-coeur verso l’esterno. Due vigorose cornici, anch’esse intagliate a rais-de-coeur, delimitano orizzontalmente la fronte. Sui montanti, rosone al dado e pendone di lauro discendente da rotella alle paraste. 

Le alte gambe tronco-coniche, leggermente svasate e rigate da nette scanalature, si collegano al corpo del comò con brevi colli ornati di perline e coppa vegetale rovesciata. 

Sui fianchi, una cornice che ha il corpo e l’evidenza propri di quelle dei quadri racchiude un trofeo vegetale costituito da un rosone in ovale sovrastato da fiocco e circondato da serti d’ulivo e di alloro realisticamente intagliati. 

In forza di una vecchia tradizione dura a morire, per ogni arredo piemontese neoclassico intagliato di gran qualità si fa il nome di Giuseppe Maria Bonzanigo: è la conseguenza della grande popolarità che l’artista si conquistò fin dai tempi suoi grazie soprattutto alle sue microsculture, prodigi di intaglio minuto che facevano del suo atelier in contrada di Po un luogo di passaggio obbligato per i visitatori colti e una fonte di memorie per i loro diari. 

Un tentativo di invertire la tendenza era già stato fatto nel 1985 dallo scrivente, che segnalava la presenza di altri scultori in legno di alta qualità decorativa, in primis Francesco Bolgiè1. La svolta fondamentale si deve a Giancarlo Ferraris, che nel 1991 pubblicò una grande quantità di documenti2 dai quali emerge accanto a Bonzanigo una schiera di artefici di alta statura (una trentina) prima d’allora relegati nell’ombra dalla preponderante notorietà dell’astigiano. La documentazione conferma Bolgiè come comprimario sulla scena dell’intaglio decorativo ligneo e riporta alla luce l’eccellenza di Giuseppe Antonio Gianotti (1739?-1829?), di Bartolomeo Manghetti (documentato 1775-1792), di Biagio Ferrero (documentato 1778-1824), Domenico Taberna, Giuseppe Ghigo, Francesco Bozzelli, Matteo Brassé, Giovanni Venera e di parecchi altri. 

In particolare il cassettone oggetto di questa scheda (il quale avrebbe fatto parte di una fornitura complessiva di cinque) era da Ferraris assegnato a Bolgiè sulla base di una scrittura del 20 giugno 1789, conservata nella Biblioteca Reale di Torino3

Memoria de’ lavori fatti per gli appartamenti delle L.L.A.A. Rli li Sigri Duca, e Duchessa d’Aosta alla Veneria Reale da me scultore Fran.co Bolgiè come segue: 

……. 

Più ornate e arrichite consimilmente da ogni parte due commode tutte ripiene di bassi riglievi arabeschi, arrichite con friggi, culi di lampade, rosoni, ghirlande di fiori, come anche intagliate tutt’all’intorno le gambe e generalmente tutte le cornici Lire 400 

Più altre tre commode consimilmente ornate ma di diverso disegno 

Lire 525 

La scarna descrizione corrisponde alle caratteristiche del comò in esame e del suo gemello passato nell’asta Sotheby’s Giuseppe Rossi e finito in collezione privata, tranne che per i culs-de-lampes

È arrivato fino a noi anche un disegno di cassettone, conservato nella Biblioteca Civica di Torino4, nel quale è riconoscibile il comò Cerruti (fig. 1). È di mano dell’architetto Giuseppe Battista Piacenza5 e reca, in inchiostro diverso da quello del disegno, delle brevi istruzioni per altri due, poi corretti in quattro, basati sul modello ma con misure diverse. La scritta è: «Venaria Reale. N. 4 (sovrapposto a un 2). Profondità inlusive (sic, “inclusive”) la pietra on. 15. Una delle quali lunga once 26 e l’altra contornata simile a quella del Sig. Bolgiè. Torino li 22 del 1789. Piacenza Architetto di S.M.». Sul comò sono tratteggiate e specificate con lo stesso inchiostro una larghezza di once 286 e un’altezza di once 23, che non corrispondono alle proporzioni del disegno: sono le indicazioni per realizzare un mobile più «stretto» frontalmente, come di fatto sono il cassettone Cerruti e l’altro della coppia ora smembrata. 

La corrispondenza tra il disegno e il mobile c’è in termini generali, ma le differenze non mancano e ci si domanda fino a che punto siano spiegabili con l’iniziativa di variazione e di integrazione concessa allo scultore rispetto al sommario disegno dell’architetto. Ai cassetti non compaiono gli intagli che nella realtà ne movimentano le cornici. Non compaiono i rosoni alle mostrine delle serrature e alle maniglie. Il minor numero di girali si spiega invece con il fatto che il comò è deliberatamente più «stretto» di quello disegnato. Tutto ciò determina nel cassettone un impatto visivo innegabilmente diverso rispetto al progetto. 

La verità è che difficilmente le ricerche sui documenti, anche le più meticolose, arriveranno a individuare in modo incontrovertibile e completo le singole paternità dentro un folto manipolo di professionisti di alto livello, che operava sotto le direttive dello stesso Regio Architetto e lavorava in squadra nelle reali residenze. 

Comunque la somma delle indicazioni fin qui esposte autorizza l’attribuzione a Bolgiè del comò in esame. L’elemento più convincente è in fin dei conti la valutazione stilistica dell’intaglio, che presenta, soprattutto sui fianchi, i valori plastici corposi e il chiaroscuro propri di Bolgiè. 

Quali strade hanno percorse le altre commodes? Oltre la presente, ne sono state reperite due. Una di esse, la sola munita del fregio pendente alla traversa inferiore visibile nel disegno, è nel Museo dell’Arredamento e dell’Ammobiliamento della Palazzina di Caccia di Stupinigi presso Torino. La seconda, che nel 1978 faceva coppia con la presente, è in una collezione privata piemontese7

La data di nascita di Francesco Bolgiè (1752) si deduce dalla dichiarazione di morte, avvenuta nel 1834, all’età di 82 anni. Era figlio dell’intagliatore Giovanni Battista, un milanese diventato suddito del re di Sardegna che si occupava di ornamentazione delle carrozze reali e al quale sono stati documentati i due grandi torcieri della cappella di S. Giuseppe nella chiesa torinese di S. Teresa8. Francesco fu inviato a Parigi perché si perfezionasse nell’arte dell’intaglio, evidentemente con un finanziamento pubblico, dal momento che la Corte torinese ne teneva d’occhio, tramite l’ambasciatore di Sardegna a Parigi, i progressi e i buoni costumi9

Già nel 1775, a 23 anni, era nominato Regio Scultore in legno con lo stipendio di 300 lire annue. Bolgiè era il primo a ottenere questo incarico, nel quale gli si affiancheranno Giuseppe Gianotti nel 1779 (ma con la remunerazione di 200 lire) e Bonzanigo nel 1787 (anch’egli con 200 lire). Primo in ordine di tempo, Bolgiè rimarrà primo anche in fatto di stipendi, sempre superiori a quelli degli altri due. Nei libri paga degli artisti della Real Casa Bolgiè risulta titolare dello stipendio più alto fra i 14 artisti di corte10

Dal 1779 e negli anni ottanta lo troviamo attivo nel Castello di Moncalieri, sotto la direzione di Leonardo Marini. Lavora anche a Venaria, Stupinigi, Rivoli, Villa della Regina e per i Carignano11. Nel 1789 partecipava con un ruolo importante (lo rivelano i pagamenti) alla decorazione dell’appartamento dei duchi d’Aosta in Palazzo Reale, insieme a Bonzanigo e parecchi altri, con la guida dell’architetto Giuseppe Battista Piacenza. 

Dal censimento delle arti del 1792 risulta che Bolgiè aveva tre lavoranti, uno dei quali parigino. Quelli di Bonzanigo, nello stesso anno, erano tredici, ma il primo non era impegnato sul fronte della micro-scultura praticata dal secondo su scala quasi «industriale». Abitava in via Po, nell’«isola» di S. Ludovico. 

Il corpus di documenti pubblicati da Ferraris ha contribuito alla riaffermazione dello scultore, che ben regge il confronto con Bonzanigo in termini di qualità, mentre gli è secondo in termini di quantità: poco meno di 600 arredi contro quasi 1600, dei quali ultimi però quasi mille sono divani, poltrone, sedie, sgabelli e pliants (contro i 110 di Bolgiè). In altre tipologie il confronto numerico è a favore di Bolgiè: ben 25 comò contro 2 soli; 27 consoles contro 6; 26 trumò contro 11; 127 cornici per quadri contro 12 (e Gianotti 110)12. La statistica si riferisce solo ai lavori documentati alla Real Casa e non tiene conto della produzione privata, sulla quale la documentazione è minima. 

Roberto Antonetto 

 

* La mostra «La Casa Italiana nei secoli» si tenne a Firenze fra il maggio e l’ottobre del 1948, e fu inaugurata il 30 maggio dal presidente della Repubblica Luigi Einaudi. Si veda Firenze 1948, dove, a p. 67, si legge «tutto lo splendido arredamento delle sale torinesi (XXVI e XXVIII) è stato concesso con rara liberalità dal Comm. Pietro Accorsi di Torino». 

1 Antonetto 1985, pp. 354-355. 

2 Ferraris 1991. 

3 Biblioteca Reale di Torino, Recapiti, 20 giugno 1789. 

4 Biblioteca Civica di Torino, Misc. Bosio 145. 

5 Giuseppe Battista Piacenza (1735-1818) era stato allievo di Benedetto Alfieri e aveva allargato la sua cultura figurativa con lunghi viaggi in Lombardia, a Venezia, a Napoli e forse a Roma. Era anche studioso e teorico d’architettura e di disegno, e pubblicò nel 1768 e nel 1770 le Notizie de’ professori del disegno da Cimabue in qua di Filippo Baldinucci integrate con dissertazioni, note, e aggiunte relative ai piemontesi. Architetto civile di Sua Maestà dal 1777, divenne Primo Architetto nel 1796, e dal 1787 ebbe come assistente Carlo Randoni. 

6 L’oncia piemontese corrisponde a 4,2808 cm. Quindi il comò ipotizzato dalle misure sovrapposte al disegno doveva essere di 98,5 cm in altezza e 120 cm scarsi in larghezza. Queste dimensioni non corrispondono al mobile della Collezione Cerruti. 

7 Ferraris 1991, pp. 97-98 doc. 38, p. 111, ill. LXXXIV; Antonetto 2010, vol. I, pp. 382-383 (con bibliografia precedente). 

8 Ferraris 1991, pp. 89-90. 

9 Baudi di Vesme 1963-1982, vol. I, pp. 150-151. 

10 Archivio Storico di Torino, Sez. Riunite, Casa di S.M., Mandati, Registro 7012. 

11 Colle 2005, p. 463, sch. S. De Blasi con citazione di documenti. 

12 Ferraris 1991, quadri riassuntivi a pp. 197 e sgg. 

Fig. 1. Disegno dell’architetto di S.M. Giovanni Battista Piacenza conservato nella Biblioteca fin qui esposte autorizza l’attribuzione a Civica di Torino.